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Viaggio-premio in Valtellina

Una giornata da Nera Vini, a Chiuro, tra viticoltura di montagna, conferitori, ricerca e vini che sanno aspettare. Con una Direttrice a fare da guida, sette calici da interpretare e qualche inevitabile divagazione tra Hegel, la Champagne, il dolceforte e i techno-paperoni della Silicon Valley.

Io conosco poco la Valtellina. Per la Direttrice, che la conosce in ogni suo recondito recesso, è un luogo dell’anima, la somma di tutte le perfezioni.  Io amo il Nebbiolo, ma conosco meglio quello albese, lei spiega che quello di montagna, in Valtellina, dà il meglio di sé. Parlo del vitigno che in valle chiamano Chiavennasca, raccontandoti poi che non c’entra con Chiavenna, che infatti non è in valle, ma fornendo una bizzarra etimologia.  Tanto improbabile da far sembrare Isidoro di Siviglia un raffinato filologo, il compagno di cattedra del monumentale Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff all’Università di Gottinga.

La Direttrice organizza una visita con degustazione insieme a Nera, un’importante azienda di Chiuro, e mi porta in gita premio insieme a parecchi giornalisti del settore.

L’azienda è gestita dalla famiglia, siamo alla terza generazione, gente seria che ha cominciato 80 anni fa, quindi si sono messi a fare il vino quando era un mestiere e il vino non era un business (diciamo dagli anni Ottanta) e tantomeno, come dal Duemila in poi, un business glam, che occasionalmente diviene il semplice affiancamento a tutt’altre attività d’impresa.  In un’ora di presentazione dell’attività e dei loro vini non dicono una sola parola da marketing milanese o da sotto-linguaggi di moda. Nessuna sinergia, resilienza, brand positioning, brand awareness e simili odiose terminologie.  Parlano di uva, del loro clima, di come hanno gestito la siccitosa annata 2026, dei rapporti con i conferitori, della ricerca di nuove opportunità e degli esperimenti.

Nessuno dice “siamo un team”, ma spiegano che “si discute tutti insieme”. Certo, poi qualcuno dovrà hegelianamente operare una sintesi o, in italiano corrente, prendere una decisione, ma essendo molto piatta l’organizzazione è possibile ascoltare tutti e parlare con tutti.

Il modello di business (e qui sono io a parlare male, come il giovane analista di un private equity) a me appare peculiare: con 18 ettari di proprietà sono una delle aziende che hanno più terra in valle, dove tutti i viticoltori possiedono solo fazzoletti di terra sulle montagne terrazzate. Quindi Nera può produrre le sue 500.000 bottiglie l’anno grazie a 160 conferitori, sempre gli stessi da decenni, un po’ come storicamente avviene nella Champagne, e molto di più avveniva prima della rivoluzione avviata da Selosse che ha tramutato molti vigneron conferitori alle grandi maison in piccoli produttori.

Ovviamente il sistema funziona solo se chi riceve le uve le seleziona, per garantire adeguati livelli di qualità. Ci raccontavano che in alcune annate non fortunate hanno acquistato le uve anche se non eccellenti, mentre quelle non adeguate ai grandi vini sono state dirottate creando vini da tavola. Il punto era che in un rapporto di lunga durata si deve condividere con il fornitore la buona come la cattiva sorte. Se volete un atteggiamento da cantina sociale, dove tutti lavoriamo per un interesse comune, ma da altro punto di vista si tratta di un modo di preservare il valore della filiera e di evitare che la valle si svuoti.

All’arrivo ci accolgono nel loro Wine bar che sembra uno chalet sulle piste, invece è sulla statale che corre a fondovalle. Nella sala al piano superiore ci sono lo schermo, i tavoli con i bicchieri per la degustazione e grandi finestre sulla valle.

Parlano il padre e due dei figli.  Poi si scopre che il direttore commerciale appena arrivato da un periodo londinese non è della valle, ma di Firenze. Poi ci parlo, anche se il mio cuore è a Siena, e lui mi spiega che in dolceforte non solo si può preparare il mio amato cinghiale, ma anche la lepre. Certo, mangi meno …

Ci raccontano che usano essenzialmente botti grandi, vecchie, alcune hanno 70 anni e che non sentono la fretta di uscire, che da 20 anni si usano in Valtellina essenzialmente 3 cloni di Nebbiolo e, lavorando con un certo ricercatore, si sono trovati i loro cloni. Sono come gente che investe e pensa al futuro. Forse ciò è possibile anche perché in Valtellina non c’è vino da tavola, in pratica si parte dall’IGT, e quindi una gestione attenta al lungo periodo può generare margini per pagare ricerca e sviluppo.

Una cosa importante è che lavorano con persone che arrivano da fuori, neri, indiani, … che vivono qui con le famiglie e i figli. Dev’essere il lavoro nel vino a far integrare, a Montalcino ci sono qualcosa come 160 nazionalità, tutti integrati e tutti lavorano, c’è una diversità inferiore solo a Roma e Milano.

Sulla tovaglietta di carta ci sono 5 bicchieri, ci faranno provare sette vini.  Gli ultimi due arrivano nel decanter per non influenzarci nel giudizio. Certo, quando arriva il settimo bicchiere ed ha una forma ben diversa dagli altri non ci vuole Nostradamus per capire che è destinato a un vino molto particolare. E infatti, si scoprirà poi, si tratta di uno Sfursat del 2001, direi il migliore in una fila di vini eccellenti. Forse perché è il più invecchiato e a me piace il vino vecchio, forse perché ha un colore più caldo degli altri.

La Direttrice ci “spiega” ognuno dei sette vini. Una rapsodia. Io onestamente, sono solo un vecchio beone, non avrei notato tutte le sfumature e solo con la sua guida le rilevo. Colpo di scena, uno dei vini che ci offrono (Cheśéta) viene invecchiato a Livigno, oltre 1800 metri di quota. Dice la Direttrice che i vini invecchiati in quota hanno caratteristiche anti-aging, quindi sembrano più giovani di quel che sono e, soprattutto, durano più a lungo. Piaceranno ai techno-paperoni della Silicon Valley, basterà dir loro che hanno anche un effetto anti-aging su chi li beve.

La giornata si chiude con un menù di assaggi (chi avrebbe potuto mangiare un pranzo valligiano tradizionale?) con prodotti locali cucinati con perizia. Vini diversi da quelli della degustazione, tra i quali un serissimo bianco, che in omaggio alle Alpi sulle quali nasce si chiama Rezio: un uvaggio di Nebbiolo, Rossola, Chardonnay e Incrocio Manzoni. E si chiude con un vino passito dolce, Anomalia.

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