C’è chi esplora i misteri dell’antichità con una telecamera in mano, e chi li cerca nel fondo di un bicchiere. Roberto Giacobbo ha fatto entrambe le cose. Giornalista, autore televisivo, scrittore e volto noto al grande pubblico grazie a Voyager e poi a Freedom, programmi che hanno portato milioni di italiani a varcare i confini del conosciuto, Giacobbo ha aggiunto un nuovo capitolo alla sua storia: quello di produttore di vino.




Un percorso che non nasce da una strategia di marketing, ma da qualcosa di più semplice e potente, un sogno. Siamo nel Tavoliere delle Puglie, nelle campagne di Orta Nova, in quella pianura vasta e luminosa della Capitanata dove il sole non chiede il permesso di farsi sentire. Una terra generosa, coltivata per la sua fertilità sin dal tempo del Neolitico, che porta con sé una memoria lunghissima, quasi geologica.

È qui che Roberto Giacobbo ha trovato il suo posto nel mondo del vino. L’incontro con la famiglia Faretra è stato il momento decisivo. Cataldo Faretra, che da anni porta avanti con dedizione una viticoltura biologica rigorosa su queste terre, è diventato il punto di congiunzione tra due mondi: quando sua moglie Giovanna, figlia proprio di Roberto Giacobbo ha unito le due famiglie, il passo verso l’imbottigliamento è diventato naturale. Nasce così “Terre di Maria”, nome scelto in onore di Maria Pasquariello, la mamma di Cataldo, come si fa con le cose care: con rispetto e affetto.

Torreclava è un Primitivo in purezza. Cento per cento. Una scelta netta, identitaria, che dice già molto del carattere di chi l’ha voluto. Il Primitivo di queste terre è caldo, avvolgente, figlio di un sole che accarezza i grappoli dall’alba al tramonto, mentre il vento adriatico porta frescura e sapidità tra i filari.
La vendemmia è selettiva e misuratamente tardiva, quasi maniacale nel metodo: ogni acino viene separato dal graspo direttamente sulla pianta, in una raccolta che avviene in poche ore, prima del sorgere del sole. Un gesto antico, lento, controcorrente rispetto ai ritmi della viticoltura industriale. Una scelta che racconta da sola la filosofia di Torreclava: nessuna fretta, nessun compromesso. Dopo la pigiatura immediata, il vino fermenta spontaneamente a bassa temperatura, con tempi prolungati che rispettano la materia. Segue un affinamento di cinque mesi in botti di rovere dedicate, poi altri dodici mesi in bottiglia prima che il vino possa finalmente incontrare chi lo berrà. Un totale di quasi due anni di attesa. Perché alcuni vini non si possono affrettare.
C’è un dettaglio curioso, quasi affascinante, nella storia di Torreclava. Roberto Giacobbo possiede una piccola anomalia genetica: un’ipersensibilità al gusto che gli permette di percepire sfumature che sfuggono alla maggior parte delle persone. Un dono che ha trasformato in strumento di lavoro, guidando le scelte in vigna e in cantina con una precisione quasi scientifica. Non è un caso che la collaborazione con istituti di ricerca come il CNR faccia parte integrante del progetto, in una viticoltura che cerca la qualità attraverso tecnologia e sostenibilità.
Il risultato, nelle parole dello stesso Giacobbo, è disarmante nella sua semplicità: “Lo bevo con immensa gioia, sapendo di avere un vino sano che la sera ti regala allegria e la mattina dopo lo ami.” C’è anche una dichiarazione d’amore, in questo progetto. Quella di un uomo che ha girato il mondo in lungo e in largo, inseguendo misteri e civiltà perdute, e che alla fine ha trovato nella Puglia qualcosa di raro: autenticità. Giacobbo la definisce “una terra magica”, spesso sfruttata e poco valorizzata, che merita invece di essere raccontata con la stessa cura con cui si racconta la storia.
Torreclava è anche questo: un atto di restituzione. Un modo per dire che la grandezza non sta sempre nei luoghi più celebrati, ma a volte si nasconde in una pianura ventosa, in una famiglia che lavora la terra all’alba, in un sogno condiviso tra due famiglie che credono che il vino buono non si inventa, si coltiva. Bottiglia dopo bottiglia, vendemmia dopo vendemmia.

