In occasione della Giornata Nazionale del Paesaggio, istituita dal Ministero della Cultura per promuovere la consapevolezza del valore del patrimonio paesaggistico italiano, diventa naturale spostare lo sguardo oltre la superficie estetica dei territori. Il paesaggio non è soltanto uno scenario da contemplare, ma una costruzione culturale complessa, il risultato di un progetto collettivo che si è stratificato nel corso dei secoli attraverso il lavoro, la conoscenza e la relazione tra uomo e ambiente.
In alcune aree d’Italia questa consapevolezza assume una forma particolarmente evidente, quasi tangibile. Sono luoghi in cui la pietra non è un elemento decorativo, ma la struttura portante del territorio; luoghi in cui il vino nasce letteralmente dalla roccia e il lavoro umano diventa architettura agricola.
Dalla Valtellina alle Cinque Terre, dalla Valle d’Itria fino alle isole vulcaniche di Pantelleria e Ischia, l’Italia custodisce una geografia agricola verticale e minerale in cui la pietra diventa linguaggio del paesaggio. Non si tratta semplicemente di territori naturalmente vocati alla viticoltura, ma di spazi modellati e costruiti nel tempo, dove la natura e l’ingegno umano hanno trovato un equilibrio straordinario.
Valtellina: la montagna trasformata in vigneto
In Valtellina il paesaggio vitato appare come una grande opera di ingegneria agricola alpina.
Oltre 2.500 chilometri di muretti a secco sostengono le terrazze che risalgono il versante retico della valle, disegnando un sistema complesso di vigneti che si arrampicano su pendenze spesso superiori al sessanta per cento. È il risultato di un lavoro paziente, iniziato nel Medioevo e proseguito nel corso dei secoli, che ha trasformato una montagna scoscesa in un paesaggio agricolo perfettamente funzionale.

In questo contesto la pietra svolge un ruolo fondamentale non solo dal punto di vista strutturale ma anche climatico. Durante il giorno assorbe il calore del sole e lo restituisce lentamente nelle ore notturne, contribuendo a mitigare le escursioni termiche tipiche dell’ambiente alpino. Allo stesso tempo riflette la luce verso i grappoli, favorendo una maturazione più completa delle uve anche in un contesto di altitudine.
La viticoltura valtellinese, spesso definita eroica (anche se noi preferiamo definirla “coraggiosa” o “estrema”, è fatta ancora oggi di lavorazioni manuali, microparcelle e monorotaie che permettono di raggiungere vigneti altrimenti inaccessibili. In questo anfiteatro di pietra la Chiavennasca — il Nebbiolo delle Alpi — esprime una personalità elegante e verticale, segnata da una mineralità che sembra riflettere direttamente il carattere del territorio.

In Valtellina il paesaggio non è semplicemente il risultato di una conformazione naturale, ma l’esito di un lungo lavoro collettivo che ha trasformato un versante montano impervio in uno dei sistemi viticoli più spettacolari delle Alpi.
Cinque Terre: il paesaggio come resistenza
Alle Cinque Terre il rapporto tra pietra e vite assume un carattere ancora più radicale.
Le terrazze sottili sospese tra la montagna e il mare sono il frutto di secoli di lavoro manuale che hanno reso possibile la coltivazione della vite in un territorio altrimenti inaccessibile. Senza i muri a secco che sostengono i terrazzamenti, il suolo verrebbe rapidamente eroso dalle piogge e trascinato verso il mare.
Si stima che il sistema di terrazzamenti delle Cinque Terre sia sostenuto da oltre 7.000 chilometri di muri a secco, una delle più grandi opere di ingegneria agricola del Mediterraneo.
La pietra svolge qui una funzione fondamentale di contenimento e stabilizzazione del terreno, ma rappresenta anche un presidio idrogeologico indispensabile per la sopravvivenza del paesaggio. Senza la manutenzione costante di queste strutture il fragile equilibrio tra montagna e mare verrebbe rapidamente compromesso.
La viticoltura ligure in questi luoghi è complessa e costosa: parcelle minuscole, accessi difficili, lavorazioni quasi esclusivamente manuali. Tuttavia proprio questa difficoltà contribuisce a generare vini di grande carattere. I bianchi delle Cinque Terre sono segnati da una forte tensione marina, mentre lo Sciacchetrà, il celebre passito ottenuto da Bosco, Albarola e Vermentino, rappresenta uno dei vini più luminosi e intensi del Mediterraneo.
In queste terre il paesaggio non è qualcosa di immobile: è un equilibrio che si rinnova continuamente grazie al lavoro umano.
Valle d’Itria: la pietra come grammatica del paesaggio
In Valle d’Itria la pietra cambia colore e linguaggio.
Qui la roccia è calcarea, chiara, quasi luminosa, e costruisce una trama continua di muretti a secco che delimitano i poderi, proteggono le colture e disegnano un paesaggio agricolo ordinato e riconoscibile.
Il territorio è carsico e il suolo fertile spesso sottile. Questa condizione influenza profondamente la viticoltura, costringendo le radici delle viti a penetrare in profondità alla ricerca di acqua e nutrienti.
La pietra riflette la luce e amplifica l’irraggiamento solare, contribuendo alla maturazione delle uve in un contesto mediterraneo dove il sole rappresenta al tempo stesso una risorsa preziosa e una sfida climatica.
In questo paesaggio emergono i trulli, architetture rurali costruite con la stessa pietra calcarea che caratterizza il territorio. La loro presenza contribuisce a rafforzare l’identità visiva della Valle d’Itria, trasformando la pietra in un vero e proprio codice estetico riconoscibile nel mondo.
Pantelleria: la pietra vulcanica e l’intelligenza agricola
A Pantelleria la pietra assume una natura completamente diversa.
È scura, lavica, primordiale, testimonianza dell’origine vulcanica dell’isola. In questo ambiente estremo, caratterizzato da vento costante, forte irraggiamento e scarsità d’acqua, la viticoltura ha sviluppato soluzioni di straordinaria intelligenza agricola.
L’alberello pantesco, riconosciuto dall’UNESCO come patrimonio agricolo immateriale dell’umanità, nasce proprio dall’esigenza di proteggere la vite scavandola nel terreno per difenderla dal vento.

I muretti a secco fungono da barriere frangivento, mentre i dammusi, costruiti con la stessa pietra lavica, sono progettati per regolare naturalmente temperatura e umidità.

La roccia trattiene il calore e influenza la maturazione delle uve Zibibbo, da cui nasce il celebre Passito di Pantelleria, vino intenso e solare che racchiude nel bicchiere tutta l’energia dell’isola.
Pantelleria dimostra come il paesaggio possa diventare il risultato di una straordinaria capacità di adattamento alle condizioni naturali.

Ischia: il tufo e il Mediterraneo
A Ischia la pietra è tufo verde, poroso e ricco di minerali, capace di trattenere umidità e dialogare costantemente con l’influenza del mare.
Le vigne si arrampicano su pendii scoscesi affacciati sul Tirreno, creando un mosaico di microterritori dove la ventilazione marina contribuisce a modulare temperature e maturazioni.

In questo contesto la roccia non rappresenta soltanto il suolo su cui crescono le viti, ma diventa parte integrante dell’architettura del territorio: cantine scavate nel tufo, muri di contenimento, terrazzamenti che modellano il paesaggio isolano.
Il tufo diventa così una vera infrastruttura climatica naturale, contribuendo a creare le condizioni ideali per varietà locali come Biancolella e Forastera.
Paesaggio come responsabilità
La Giornata Nazionale del Paesaggio non celebra soltanto la bellezza dei territori italiani, ma anche la responsabilità che deriva dalla loro conservazione.
I paesaggi di pietra sono sistemi delicati che richiedono una manutenzione continua. Senza cura i muretti crollano, il suolo si disperde e l’equilibrio costruito nel corso dei secoli rischia di scomparire.
In un’epoca in cui il tema della sostenibilità è sempre più centrale, questi territori offrono una lezione concreta: il paesaggio non è un bene statico ma un progetto a lungo termine, un investimento intergenerazionale che richiede conoscenza, lavoro e attenzione.
