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La Magàda, la memoria della montagna diventa futuro

A Teglio un’associazione recupera una delle figure più misteriose della tradizione valtellinese e ne fa il simbolo di un progetto dedicato ad arte rupestre, paesaggio, cultura e comunità. Dalle pietre incise ai terrazzamenti, dai racconti tramandati oralmente al dialogo con altre civiltà di montagna.

C’è una piccola valle che scende dal versante di Teglio verso il fondovalle e porta il nome di una creatura che nessuno, naturalmente, può dire di avere davvero incontrato. È la Valle della Magàda, chiamata anche Valle della Maga o Valle della Strìa, una vallecola stretta e incassata tra Teglio e Castionetto di Chiuro, dove il torrente scompare in alcuni tratti fra rocce e pareti scoscese. Un luogo abbastanza appartato da accendere, nei secoli, l’immaginazione popolare e alimentare storie di streghe, acque misteriose e presenze invisibili.

Da questa geografia reale e insieme fantastica prende il nome La Magàda ODV, organizzazione di volontariato nata a Teglio per tutelare e valorizzare il patrimonio naturale e culturale tellino e, più ampiamente, delle terre alpine. Un’associazione giovane, iscritta al Registro Unico Nazionale del Terzo Settore, che ha scelto come propria identità una figura profondamente radicata nella memoria locale. 

Da dea a strega

Per capire La Magàda bisogna partire proprio dal suo nome.

La leggenda raccontata nel materiale divulgativo dell’associazione conduce nella valle che da Teglio scende verso l’Adda. Qui la Magàda abiterebbe l’acqua e le rocce. La tradizione popolare ne ha progressivamente trasformato l’immagine in quella della strega, della maliarda, della creatura alla quale attribuire ciò che non si riusciva a spiegare. Le fonti locali ricordano infatti come magàda fosse un termine popolare utilizzato per indicare una strega o una donna alla quale venivano attribuiti poteri misteriosi. Ma l’associazione recupera uno strato ancora più antico e affascinante del racconto. Prima della strega ci sarebbe stata una figura femminile legata all’acqua e alla fertilità, una presenza benefica connessa alla natura. Nel passaggio dei secoli, con il mutare delle culture e delle credenze, quella figura sarebbe stata riletta e trasformata: da divinità protettrice a presenza inquietante.

È proprio questa metamorfosi ad avere ispirato il motto scelto dall’associazione: «Da dea a strega, memoria del passato radice per il futuro».

La Magàda diventa così qualcosa di più del personaggio di una leggenda. Rappresenta ciò che una comunità rischia di dimenticare e che può invece essere recuperato, studiato e restituito alle generazioni successive.

Le pietre raccontano

La memoria, qui, è scritta anche nella roccia.

Uno degli ambiti centrali dell’attività de La Magàda riguarda infatti la documentazione, la tutela e la valorizzazione dell’arte rupestre valtellinese: coppelle, figure incise, menhir e petroglifi disseminati sul territorio. L’associazione promuove visite guidate, percorsi tematici e collaborazioni con studiosi, soprintendenze ed enti di ricerca.

Le coppelle, in particolare, stabiliscono un legame suggestivo con il simbolo stesso della Magàda. Sono piccole cavità scavate nella pietra dall’uomo in epoche lontane, la cui interpretazione continua ad aprire interrogativi. Segni rituali, riferimenti astronomici, simboli legati all’acqua o alla fertilità: le ipotesi sono diverse e proprio il mistero che ancora le accompagna restituisce la profondità di una storia che precede di molto quella scritta.

Accanto al patrimonio archeologico c’è il paesaggio costruito dall’uomo. La Magàda si occupa di cura e recupero dei terrazzamenti storici, manutenzione dei sentieri montani e pulizia dei siti archeologici. Il paesaggio non viene considerato uno sfondo immobile, ma il risultato del lavoro e delle relazioni che generazioni di uomini e donne hanno costruito con la montagna.

Ed è significativo che, insieme alle pietre, vengano custodite anche le parole. La memoria orale – racconti, leggende, testimonianze e saperi tramandati – è un altro tassello del progetto. Il patrimonio immateriale acquista così la stessa dignità di quello visibile: una storia raccontata da una nonna può diventare una chiave per comprendere un luogo esattamente come una pietra incisa o un antico sentiero.

Una montagna che incontra altre montagne

La Magàda non guarda tuttavia alla memoria come a qualcosa da rinchiudere in una teca. L’associazione lavora anche attraverso mostre, conferenze, laboratori didattici, camminate tematiche e iniziative rivolte alla comunità, con un’attenzione particolare alle nuove generazioni. A questa dimensione si aggiungono progetti di solidarietà e cooperazione internazionale fondati sul confronto fra differenti culture di montagna.

Una direzione diventata evidente già con «Tra le Ande e le Alpi. Incontro del solstizio di giugno», il primo grande evento organizzato dall’associazione, tenutosi a Teglio il 20 e 21 giugno 2026.

L’iniziativa ha messo in dialogo la cultura alpina e quella andina attraverso archeologia, paesaggio, ritualità e alimentazione. La presenza della comunità peruviana, della Console Generale del Perù Ana Teresa Lecaros e dell’associazione Ayni di Milano ha accompagnato un programma nel quale la celebrazione dell’Inti Raymi ha incontrato le testimonianze della preistoria valtellinese. Una passeggiata archeologica al Dos della Forca ha inoltre portato il pubblico alla scoperta delle incisioni rupestri del territorio tellino, mentre studiosi ed esperti hanno affrontato temi che spaziavano dall’Età del Rame all’arte rupestre e all’agricoltura preistorica e protostorica dell’arco alpino.

Persino il cibo è diventato strumento di confronto: la patata, originaria delle Ande ma ormai profondamente presente anche nella cucina di montagna valtellinese, ha idealmente unito i due territori attraverso il mausc locale e la causa rellena peruviana.

Custodire significa far vivere

Il progetto de La Magàda trova qui il suo tratto più interessante. Recuperare il passato non significa trasformarlo in nostalgia, ma riconoscere nelle tracce lasciate dall’uomo – un’incisione, un muro a secco, un sentiero, una parola dialettale, una leggenda – gli elementi con cui continuare a costruire l’identità di un territorio.

La Magàda della leggenda viveva nell’acqua, fra le rocce e nei racconti pronunciati la sera. Quella contemporanea prova invece a rimettere insieme quei frammenti e a farli parlare.

Il nome scelto dall’associazione contiene quindi già il senso del progetto: prendere qualcosa che rischiava di rimanere confinato nell’ombra della memoria e riportarlo alla luce.

Perché una valle continua a esistere sulle carte geografiche. Ma una comunità continua a riconoscersi in essa soltanto finché qualcuno ne conosce le storie.

​Photo Credit: Instagram @lamagada_org

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