Per un attimo chiudete gli occhi e immaginate di stare in un posto meraviglioso, circondati da vigneti floridi, olivi, mandorli e fichi d’india. Siamo nella zona Sud-Ovest della Sicilia dove viene coltivato il famoso Cerasuolo di Vittoria DOCG, unico vino a Denominazione di Origine Controllata e Garantita della Sicilia, nato dall’incontro tra il Nero d’Avola e il Frappato, due vitigni che nella piana di Vittoria trovano la loro espressione più autentica.
La visita alla cantina Santa Tresa, lo scorso 26 giugno, organizzata nell’ambito del Vittoria Jazz Festival dall’Enoteca Regionale Sicilia Sezione Sud-Est, Consorzio di Tutela del Cerasuolo di Vittoria DOCG e dall’agenzia stampa AB Comunicazione, è stata molto più di una degustazione. È stato un viaggio dentro una filosofia produttiva che mette al centro il territorio, la biodiversità e una sostenibilità vissuta come pratica quotidiana, ben oltre le certificazioni.

Santa Tresa, insieme alla Cantina Cortese, sorge nella campagna di Vittoria, tra i fiumi Ippari e Dirillo, in una delle aree agricole più fertili della Sicilia sud-orientale. Qui la celebre terra rossa, ricca di minerali e poggiata su uno spesso banco di roccia calcarea, non rappresenta soltanto un elemento geologico ma diventa il principale interprete del carattere dei vini.

Durante la visita è emerso con chiarezza quanto lo studio del suolo sia stato determinante nelle scelte agronomiche dei fratelli Stefano e Marina Girelli, proprietari di Santa Tresa e Cortese, due tenute con caratteristiche diverse. Comprendere la stratificazione del terreno ha permesso infatti di adattare la gestione del vigneto alle diverse esigenze delle piante, valorizzando al massimo l’identità di ogni parcella.
La tenuta si estende per circa 50 ettari, dei quali 39 coltivati a vigneto, con una prevalenza di Frappato e Nero d’Avola, le due varietà protagoniste del Cerasuolo di Vittoria, affiancate da Grillo, Viognier e altri vitigni destinati a produzioni differenti.
Stefano Girelli sintetizza questa filosofia con un’affermazione tanto semplice quanto efficace: “Da uve di qualità si può fare un vino cattivo, ma da uve non all’altezza non si può fare vino buono.”

In cantina, infatti, gli interventi vengono ridotti al minimo per lasciare che sia il frutto a raccontare il territorio.
Ma è soprattutto all’esterno che si coglie la dimensione della sostenibilità. Santa Tresa parla di un vero e proprio “vocabolario green”, fatto di pratiche concrete: confusione sessuale per limitare naturalmente i fitofagi, irrigazione di soccorso, recupero delle acque piovane, inerbimenti, sovescio con favino, lavorazioni minime del terreno e tutela della biodiversità.
Passeggiando tra i filari si percepisce come il vigneto non sia concepito come una monocultura, ma come un ecosistema nel quale convivono api, uccelli, piccoli mammiferi e insetti utili. Una scelta che oggi assume un valore non solo ambientale, ma anche qualitativo.
L’iniziativa, inserita nel programma del Vittoria Jazz Festival, aveva l’obiettivo di raccontare il Cerasuolo di Vittoria attraverso i luoghi in cui nasce. Ed è proprio visitando Santa Tresa che diventa evidente il motivo per cui questo vino rappresenti un unicum nel panorama italiano.
L’eleganza floreale e la freschezza del Frappato incontrano la struttura e la profondità del Nero d’Avola in un equilibrio che riflette fedelmente il territorio. La filosofia aziendale punta proprio a preservare questa identità, evitando interventi invasivi sia in vigneto sia in cantina.



Una scelta che restituisce vini di forte personalità, capaci di raccontare la Sicilia senza artifici. La visita ha permesso anche di conoscere alcune delle nuove etichette dell’azienda.
Particolarmente interessante l’Etna Bianco DOC, primo vino etneo di Santa Tresa, ottenuto esclusivamente da Carricante coltivato sul versante sud-orientale del vulcano. Un vino dalla marcata impronta minerale che testimonia la volontà dell’azienda di esplorare le grandi vocazioni viticole siciliane mantenendo intatta la propria filosofia produttiva.

Curioso anche Insieme Bianco, blend di Albanello, Zibibbo e Fiano, nato con l’intento di recuperare l’Albanello, antico vitigno autoctono quasi scomparso, parte del quale fermenta e affina in anfore di terracotta.
Due interpretazioni diverse della Sicilia che confermano come la ricerca aziendale sia rivolta soprattutto alla valorizzazione dei vitigni autoctoni.
Santa Tresa dimostra che oggi fare vino significa soprattutto custodire un patrimonio naturale e culturale. La sostenibilità non viene raccontata attraverso slogan, ma attraverso gesti quotidiani: dalla gestione del suolo alla tutela dell’acqua, dalla biodiversità alle lavorazioni agronomiche.

Alla fine della visita, resta la sensazione che il vero protagonista non sia soltanto il vino, ma il paesaggio stesso. Un paesaggio che nella terra rossa di Vittoria continua, vendemmia dopo vendemmia, a scrivere una delle pagine più autentiche dell’enologia siciliana.

