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Al Principe Bar, cinquant’anni di ricordi finiscono nel bicchiere

Otto nuovi cocktail firmati da Daniele Celli accompagnano il Principe di Savoia verso i cento anni. Si parte dai Pink Floyd, si incontrano Warhol, Forrest Gump e i modem degli anni Novanta, si passa per i Mondiali del 2006 e si torna a Milano. Con parecchio colore nel bicchiere.

Al Principe Bar, cinquant’anni di ricordi finiscono nel bicchiere

Il Principe di Savoia nel 2027 compirà cento anni e al Principe Bar hanno cominciato già da tempo a lavorare su questo anniversario. Lo scorso anno era arrivata la prima parte di una drink list dedicata alla storia dell’hotel, dal 1927 al 1969. Ora Daniele Celli, Bar Manager del Principe Bar, riprende il racconto dal 1975 e arriva fino al 2026 con otto cocktail. Le date sono il punto di partenza, ma ciascuna porta con sé musica, cinema, avvenimenti e immagini che abbiamo conosciuto, vissuto o semplicemente incontrato nel corso degli anni.

La carta mette insieme mondi molto diversi. I Pink Floyd convivono con Andy Warhol, Forrest Gump con i primi modem, Il Signore degli Anelli con la Nazionale del 2006. Ci sono Expo e Milano Cortina, ci sono anni che ricordiamo perfettamente e altri che dobbiamo andare a ripescare nella memoria. Il colore accompagna tutta la proposta, con viola, rosa, azzurri, tonalità dorate e ambrate che cambiano continuamente da un cocktail all’altro. Nel Principe Bar, tra velluti, legni, luci soffuse e il movimento discreto di un grande albergo internazionale, questi bicchieri colorati stanno bene e rendono l’atmosfera meno formale di quanto ci si potrebbe aspettare entrando in uno degli hotel storici di Milano.

Dai Pink Floyd a Warhol, fino a un gambero

Il 1975 è Wish You Were Here. Il riferimento all’album dei Pink Floyd non ha bisogno di grandi spiegazioni e nel bicchiere troviamo Martin Miller’s Gin, cedro, violetta, verjus, butterfly pea flower e pompelmo rosa. È un cocktail floreale e acidulo, con un colore tra il viola e il rosa che inevitabilmente si nota appena arriva al tavolo.

Nel 1986 si va a Pittsburgh sulle tracce di Andy Warhol. Bourbon, banana e burro di cacao riportano alla celebre banana di The Velvet Underground & Nico. Cambiano il colore, la consistenza, il gusto, che diventa più caldo e morbido. Il riferimento è evidente senza essere didascalico e anche questo rende piacevole scorrere la carta e capire dove Celli abbia deciso di portare ogni singola citazione.

Con il 1994 arriva Run Forrest Run, probabilmente uno dei cocktail che incuriosiscono di più già leggendo gli ingredienti: WhistlePig 10 Rye whiskey, cioccolato, acero e gamberi. Il gambero fa fermare per un momento sulla pagina e viene naturale chiedersi che cosa ci faccia lì. La risposta arriva assaggiando, nel rapporto tra la dolcezza del cioccolato e dell’acero e la componente sapida e marina. È anche uno dei drink nei quali emerge maggiormente il modo di lavorare di Celli, abituato a intervenire sulle materie prime, sulle consistenze e sulle tecniche, senza rinunciare alla bevibilità.

Quando Internet faceva rumore

Dial-Up Dream è dedicato al 1995 e il nome, per chi quegli anni li ha vissuti, riporta immediatamente ai primi collegamenti a Internet. C’erano il modem, quel rumore impossibile da dimenticare, il computer fisso, le attese che oggi sembrano lunghissime. Altamura Vodka, limone, liquirizia, soda al caffè e aria alla vaniglia riprendono quell’immaginario anche nell’aspetto, con la liquirizia che richiama le tonalità scure dei vecchi monitor.

Mi piace l’idea che una carta dei cocktail riesca a riportare alla mente cose così normali. Non necessariamente grandi avvenimenti, ma oggetti, suoni e abitudini che appartenevano alle nostre giornate e che nel frattempo sono scomparsi quasi senza che ce ne accorgessimo. In questo senso la scelta del 1995 funziona particolarmente bene, perché basta il nome del cocktail per ricordarsi quanto sia cambiato il nostro rapporto con la tecnologia in poco più di trent’anni.

Con The Golden Fellowship si arriva al 2001 e al primo film della trilogia de Il Signore degli Anelli. Mezcal, pane, tè Pu-erh, miele, zenzero e limone cambiano ancora il registro della degustazione, portando nel bicchiere note affumicate, terrose e speziate. Anche le tonalità diventano più profonde, coerenti con un cocktail più intenso rispetto a quelli che lo precedono.

L’azzurro del 2006

Per Blue Sky basta leggere l’anno: 2006. La vittoria dell’Italia ai Mondiali appartiene a quei momenti che hanno coinvolto un Paese intero e il cocktail la richiama attraverso una rilettura del Cardinale, con Martin Miller’s Gin, Campari Bitter e vermouth dry, naturalmente in versione azzurra.

È uno dei bicchieri che visivamente colpiscono di più, soprattutto nel contrasto con i colori caldi del Principe Bar. Il riferimento alla Nazionale è immediato e inevitabilmente riporta a quella sera di luglio, alla finale con la Francia, ai festeggiamenti che riempirono le strade italiane. Blue Sky lavora proprio su un colore che per quella notte ebbe un significato preciso e che ancora oggi, associato al 2006, non ha bisogno di molte spiegazioni.

Milano, Expo e le montagne

Con Expo Milano si arriva al 2015 e il racconto diventa decisamente milanese. Grappa, zafferano, caffè e limone compongono un cocktail agrumato e delicato, illuminato dal colore dello zafferano. Expo è stato uno dei passaggi importanti della Milano degli ultimi anni, sei mesi nei quali la città ha accolto persone, cucine e culture arrivate da tutto il mondo. Ritrovarlo oggi nella carta del Principe fa anche capire quanto velocemente ciò che abbiamo vissuto come contemporaneo sia già entrato nella storia recente della città.

L’ultima tappa è Olympian, 2026, dedicato a Milano Cortina. Si parte dal Negroni, riletto con Sabatini Gin, Carpano Antica Formula, Punt e Mes, Abbot’s Bitter, Amaro Braulio, fragole e aceto balsamico Acetaia Giusti. Il Braulio porta con sé il carattere alpino, fragola e balsamico intervengono sul profilo aromatico e il colore torna intenso, profondo. Milano e la montagna si incontrano in una ricetta che chiude il percorso esattamente nell’anno che stiamo vivendo.

In carta rimane El Milanes, diventato nel tempo uno dei cocktail più riconoscibili del Principe Bar. L’ispirazione arriva dal risotto alla milanese: zafferano, burro e scalogno incontrano Rye whiskey, sherry e sake. Una ricetta decisamente particolare, ma anche molto legata alla città e al lavoro che Celli porta avanti da anni al bancone del Principe.

Al bancone del Principe

La formazione di Daniele Celli passa attraverso tecniche, infusioni, fermentazioni, distillazioni e un lavoro importante sulla trasformazione delle materie prime. Si percepisce nei cocktail, soprattutto in quelli costruiti sugli accostamenti meno consueti, ma durante una serata al Principe Bar non è necessario conoscere tutto quello che accade dietro il bancone. Si può essere curiosi delle tecniche oppure scegliere semplicemente in base a un ingrediente, a un colore, a un anno che ci dice qualcosa. Personalmente trovo interessante proprio questa libertà, perché rende la carta accessibile anche senza essere esperti di mixology.

Il Principe Bar rimane soprattutto un bellissimo posto in cui fermarsi a bere qualcosa a Milano. La sera ci sono la musica dal vivo, le conversazioni ai tavoli, gli ospiti dell’albergo, i milanesi che arrivano dall’esterno, le luci che rendono ancora più belli i colori dei cocktail. Il Principe di Savoia è qui dal 1927 e ha attraversato quasi cento anni della città, ospitando nel tempo personaggi come Gabriele d’Annunzio, Charlie Chaplin e Maria Callas. Il centenario arriverà nel 2027. Nel frattempo questa nuova carta offre un modo piacevole per ripercorrere una parte della strada fatta fin qui, scegliendo magari l’anno che ci incuriosisce di più e ordinando da quello.

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