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Mosnel, 190 anni di viticoltura e una nuova idea di paesaggio

Centonovant’anni di storia possono diventare un punto d’arrivo oppure l’occasione per interrogarsi su ciò che verrà dopo. Mosnel ha scelto la seconda strada e ha individuato nell’agroforestazione la risposta alla crisi climatica e culturale del vigneto contemporaneo.

La storica azienda di Camignone, in Franciacorta, ha celebrato il proprio anniversario organizzando un convegno che, più che una ricorrenza aziendale, si è trasformato in una riflessione collettiva sul destino della viticoltura contemporanea. Il titolo scelto – “Agro-forestazione, alla ricerca della viticoltura del domani” – chiariva già l’intenzione: non limitarsi a parlare di sostenibilità come formula astratta o protocollo tecnico, ma provare a ragionare sul futuro del vigneto come ecosistema, paesaggio e spazio umano.

Il tema di fondo, emerso con forza nel corso della giornata moderata da Armando Castagno, è che la viticoltura si trova oggi davanti a un passaggio storico. L’aumento delle temperature, gli eventi climatici estremi, l’impoverimento biologico dei suoli, la crescente fragilità degli ecosistemi agricoli e persino il mutamento del rapporto tra uomo e natura stanno imponendo una revisione profonda del modo stesso di concepire il vigneto. Per decenni la viticoltura moderna ha cercato efficienza, ordine, controllo. La vigna è diventata progressivamente monocultura, superficie specializzata, spazio dominato da logiche produttive sempre più precise. Gli alberi sono usciti dai vigneti, le siepi sono state eliminate, la biodiversità ridotta al minimo. Un processo che ha certamente aumentato produttività e redditività, ma che oggi mostra limiti evidenti. È stato proprio Armando Castagno a ricordarlo aprendo il convegno con una riflessione storica sorprendentemente concreta. «Girando per i vari territori si incrociano memorie storiche, vecchi produttori o generazioni precedenti ormai ritirate, che spesso raccontano come l’aspetto del vigneto italiano, e non solo italiano, fosse diverso: era inserito in un ecosistema complesso che comprendeva molta presenza arboricola, siepi, vegetazione diversa da quella che oggi ha abdicato alla sua incidenza sul vigneto».

Secondo Castagno, la memoria di quella convivenza tra vite e alberi sopravvive persino nella toponomastica di alcuni dei territori più celebri del vino mondiale. In Borgogna, ad esempio, molti vigneti storici conservano nel nome il riferimento ad alberi che oggi non esistono più. «In almeno novanta lieux-dits borgognoni il nome del vigneto evoca alberi che un tempo c’erano e dei quali non rimane più traccia. Les Charmes, per esempio, non significa “fascino”: charme in francese è il carpino». Un passaggio solo apparentemente laterale, che in realtà introduce uno dei concetti centrali del convegno: l’agroforestazione non viene proposta come una moda agricola contemporanea, ma come tentativo di ricostruire una relazione antica tra vite, paesaggio e biodiversità.

Un progetto nato undici anni fa

L’esperienza di Mosnel nasce concretamente nel 2016, quando Lucia e Giulio Barzanò avviano insieme a SATA Studio Agronomico un progetto sperimentale di agroforestazione all’interno del vigneto storico che dà il nome all’azienda. Un progetto che, all’epoca, appariva quasi pionieristico per il panorama vitivinicolo italiano. «Abbiamo pensato di fare qualcosa che parlasse soprattutto degli ultimi anni: di quello che abbiamo messo a dimora ripiantando questo vigneto, il vigneto Mosnel, che ospita alcune caratteristiche particolari», ha spiegato Giulio Barzanò. L’idea di fondo nasce da un’eredità familiare molto precisa. Lucia e Giulio Barzanò hanno più volte richiamato la figura della madre Emanuela Barzanò Barboglio, protagonista storica della Franciacorta, come origine di questa sensibilità ecologica.

«Equilibrio è il nostro mantra, che va dal vigneto alla cantina al prodotto che ritroviamo nel bicchiere», ha detto Lucia Barzanò. «È molto importante che gli elementi siano in equilibrio, e per avere questo equilibrio il rispetto e questo tipo di approccio sono fondamentali». Non si tratta soltanto di una filosofia produttiva. Nel racconto di Giulio Barzanò emerge chiaramente come questa attenzione per la natura fosse già presente decenni fa, molto prima che si iniziasse a parlare di sostenibilità. «Ricordo nettamente quella volta che chiesi: “Mamma, perché il vigneto del vicino ha l’erba gialla tra le viti e il nostro è a terra mossa?” E lei rispose: “Perché le lepri che frequentano i nostri vigneti, essendo mammiferi, quando hanno i piccoli devono allattarli. Se passano sopra al diserbo, il diserbo uccide i piccoli”. Un episodio semplice ma potentissimo, che restituisce l’idea di una viticoltura capace di osservare il vigneto non come superficie astratta ma come ambiente condiviso con altre forme di vita.

La spirale di Fibonacci nel vigneto

Il simbolo più evidente del progetto Mosnel è oggi la grande spirale vegetale realizzata all’interno del vigneto. Una struttura composta da coppie di carpini e biancospini disposte secondo la sequenza matematica di Fibonacci. «Abbiamo questa spirale fatta con coppie di piante, un biancospino e un carpino, che insieme vanno a disegnare, secondo la sequenza di Fibonacci, una spirale. Un progetto iniziato undici anni fa esattamente», ha raccontato Giulio Barzanò.

L’intervento non ha soltanto una funzione estetica o paesaggistica. Le alberature sono pensate come veri corridoi ecologici in grado di favorire movimento di insetti utili, artropodi, funghi e biodiversità diffusa.

Marta Donna, agronoma di SATA Studio Agronomico, ha spiegato che la spirale collega diversi punti biologicamente rilevanti del vigneto. «La spirale è partita dalla musna, gira intorno a voi, va a collegare una quercia, e in futuro, quando sarà ampliata col vigneto nuovo, raggiungerà anche la bordura arbustiva a bordo strada». La musna è il tradizionale cumulo di pietre tipico del paesaggio agrario lombardo, cuore del vigneto Mosnel dove viene praticata l’agro-forestazione. Attorno alla spirale si sviluppa un sistema più ampio composto da siepi polifunzionali, sovesci differenziati, incremento della sostanza organica e monitoraggi continui della biodiversità.

Un laboratorio scientifico ancora aperto

Uno degli aspetti più interessanti emersi durante il convegno è che il progetto Mosnel viene considerato ancora oggi un cantiere sperimentale aperto. «Nel comparto viticolo gli esempi risultano ancora relativamente limitati e poco documentati», ha spiegato Marta Donna. «Non abbiamo ad oggi linee guida da seguire». Ed è proprio questa assenza di modelli consolidati a rendere il progetto particolarmente interessante dal punto di vista scientifico. L’agroforestazione obbliga infatti a gestire equilibri molto delicati: proteggere la vite dal caldo senza compromettere la luce, favorire biodiversità senza creare eccessiva competizione radicale, aumentare umidità e fertilità evitando squilibri vegetativi. «Abbiamo bisogno di un po’ di ombreggiamento che protegga dai colpi di calore, ma non troppo, che comprometterebbe la produttività. Dobbiamo scegliere alberi che approfondiscano nel sottosuolo senza entrare in competizione con le radici della vite». Per questo motivo Mosnel, insieme all’Università Statale di Milano, all’Università di Modena e ad altre aziende coinvolte nel progetto Vitis Silvae, avvierà nuovi monitoraggi climatici e radicali nei prossimi anni. «Nei prossimi tre anni andremo a monitorare e valutare il microclima vicino a bordure alberate, più o meno alte e più o meno fitte, a confronto con un albero singolo implementato all’interno del vigneto». Un lavoro che punta a costruire vere linee guida scientifiche per la vitiforestazione italiana.

La biodiversità come alleata

Pierluigi Donna ha riportato il ragionamento su un piano ancora più ampio, quasi filosofico, mettendo in discussione l’idea stessa di controllo assoluto dell’agricoltura moderna. «Dobbiamo essere estremamente umili nei confronti delle certezze. Tutte le volte che abbiamo a che fare con un ambiente dobbiamo essere consapevoli che non si riesce a cogliere tutto». Secondo Donna, il modello agricolo contemporaneo sta mostrando sempre più chiaramente i propri limiti. «Per noi agronomi il tema degli agrofarmaci è drammatico: continuano a comparire difficoltà, mancanza di efficacia, adattamenti dei patogeni. È la natura che si adatta». La risposta, secondo l’agronomo, non può essere la continua rincorsa a nuove soluzioni chimiche, ma il ritorno alla complessità biologica. «L’alternativa è cercare gli equilibri tra gli esseri viventi. Più sono gli individui che abitano un luogo, meno spazio c’è per gli aggressori: la biodiversità è la nostra alleata».  Anche la scelta della spirale di Fibonacci nasce da questa idea di connessione profonda tra natura, armonia e paesaggio. «Abbiamo pensato di mettere insieme la cultura dell’uomo con manifestazioni tipiche della natura. Abbiamo pensato alla spirale logaritmica: perché c’è di mezzo Fibonacci, perché c’è di mezzo il rapporto aureo, che corrisponde a un sentire di bellezza».

Ma forse il passaggio più interessante del suo intervento riguarda le prime risposte biologiche osservate nel vigneto. «Le radici stanno interagendo tra loro senza prevalere l’una sull’altra, e non ci sono recenti aggressioni di parassiti come in altre situazioni del territorio. Per ora ci stanno dando ragione».

Il ritorno degli alberi nel vigneto

L’intervento di Giorgio Vacchiano ha dato solidità scientifica a molte intuizioni emerse durante il convegno. Il ricercatore forestale ha spiegato come gli ecosistemi diventino più collaborativi proprio nei momenti di maggiore stress ambientale. «Quando le condizioni diventano più stressanti, la competizione tende a trasformarsi in facilitazione: gli esseri viventi contribuiscono al benessere reciproco». Ed è esattamente ciò che potrebbe accadere oggi nel vigneto contemporaneo, sottoposto a temperature sempre più elevate e disponibilità idrica sempre più instabile. «La temperatura anticipa la maturazione: tre-sei giorni di anticipo per ogni grado in più. Milano ha guadagnato due gradi e mezzo negli ultimi cinquant’anni e ha oggi il clima che aveva Roma cinquant’anni fa». Secondo Vacchiano, l’agroforestazione può intervenire concretamente sul microclima del vigneto.

«Il rinfrescamento non avviene solo tramite l’ombra, ma soprattutto attraverso l’evaporazione dell’acqua dagli alberi». Il ricercatore ha descritto con grande efficacia il processo di traspirazione delle chiome arboree. «Pensate di vedere con la mente decine di litri d’acqua che lasciano queste foglie sotto forma di vapore acqueo invisibile. Questa evaporazione dissipa calore, come quando noi sudiamo».  Ma il tema più innovativo riguarda forse il sottosuolo. Attraverso strumenti di ricerca come il Raizotron verranno studiate le interazioni radicali tra alberi e vite. «Uno dei fenomeni ipotizzati è il sollevamento idraulico: gli alberi vanno in profondità a prendere acqua e durante la notte in parte la rilasciano rendendola disponibile per le viti».

Architettura, paesaggio e percezione

Uno degli elementi più originali del convegno è stato il continuo dialogo tra discipline molto diverse. L’architetto Willem Brouwer ha introdotto una riflessione sul rapporto tra progettazione e paesaggio naturale. «L’architettura deve partire sempre dal contesto. Se si pensa a un progetto senza partire dal contesto, non è più architettura: diventa una mera costruzione». Secondo Brouwer, il progetto Mosnel apre una strada importante perché coinvolge anche la dimensione percettiva ed emotiva del paesaggio. «Quando mi è stato chiesto di dare il mio contributo ai progetti di agroforestazione mi è venuto un sorriso: invece di portare la natura verso il costruito, qui il tragitto è inverso. Si porta l’architettura nella natura».

E ancora: «Nella natura si entra sempre in punta di piedi, perché la natura è infinitamente più equilibrata e stabile di qualsiasi costruzione umana». Per Brouwer, biodiversità e progettazione paesaggistica possono creare spazi di ascolto, contemplazione e benessere. «Le persone viaggiano con i progetti che hanno visto e con le esperienze che hanno vissuto».

Il cervello umano e il bisogno di natura

Andrea Bariselli ha portato il ragionamento ancora oltre, collegando il tema dell’agroforestazione alle neuroscienze ambientali. «Per la stragrande maggioranza del nostro tempo su questo pianeta siamo stati cacciatori e raccoglitori. Tutto il nostro sistema cognitivo e biologico si è costruito in riferimento a un ambiente specifico: la natura là fuori». Secondo Bariselli, il cervello umano continua ancora oggi a funzionare come se fosse immerso in ambienti naturali, nonostante viva ormai in ecosistemi digitali saturi di stimoli. «Il cervello oggi è esposto a quasi dieci ore di schermi al giorno». Da qui nasce la crescente fatica cognitiva contemporanea.

«Quello che in neuroscienze si chiama switch cost, il costo dello spostamento dell’attenzione, in città è costante e sfiancante. Qui il volume di quello che accade è compatibile con quello che siamo». Molto suggestivo anche il passaggio dedicato al rapporto biologico tra uomo e piante. «Gli alberi e le piante emettono composti organici volatili che respiriamo e che ci fanno bene perché il nostro sistema li riconosce: ci sentiamo a casa». Per Bariselli, progetti come quello di Mosnel rappresentano anche un gesto generazionale. «È un progetto che cerca di guardare avanti sapendo che non ne vedrai la fine, lo fai per chi verrà dopo».

Oltre il vino

Valperto degli Azzoni ha infine spostato la riflessione sul piano culturale ed esistenziale. «Io credo che nel nostro futuro avremo sempre più bisogno di ambienti che ci aiutino a ritrovare noi stessi». Da qui il racconto dei suoi progetti nelle Marche: un vigneto etrusco con vite maritata e un bosco sostenibile pensato come spazio aperto, condiviso e capace di generare emozioni. «Nel Trecento gli architetti costruivano le cattedrali sapendo che non ne avrebbero mai visto la fine. Oggi non abbiamo bisogno di nuove cattedrali, ma di architetti di cattedrali». Una frase che probabilmente sintetizza il senso più profondo dell’intero convegno.

Alla fine della giornata, ciò che è emerso non è soltanto una possibile tecnica agricola per affrontare il cambiamento climatico. È piuttosto una nuova idea di vigneto e forse persino una nuova idea di paesaggio agricolo: meno semplificato, meno isolato, più vivo, più complesso e più umano.

Ed è probabilmente questo il messaggio più forte lanciato da Mosnel nel suo centonovantesimo anniversario: la tradizione non coincide con l’immobilità, ma con la capacità di trasformarsi senza perdere il proprio rapporto con la terra.

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