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Vino e Futuro: i vignaioli indipendenti al centro del valore del vino italiano

Dal Campidoglio una riflessione sulle sfide del settore vitivinicolo: identità territoriale, vendita diretta ed enoturismo come risorse strategiche per affrontare i cambiamenti del mercato.

Dal Campidoglio una riflessione sulle sfide del settore vitivinicolo: identità territoriale, vendita diretta ed enoturismo come risorse strategiche per affrontare i cambiamenti del mercato.

Il futuro del vino italiano passa dalla capacità di custodire le proprie radici e, allo stesso tempo, di interpretare un mercato in trasformazione. È questo il messaggio emerso dal convegno “Vino & Futuro. I Vignaioli Indipendenti tra identità e nuovi scenari”, organizzato da FIVI il 22 ottobre 2026 nella Sala della Protomoteca del Campidoglio, a Roma.

Istituzioni, produttori, ricercatori ed esperti si sono confrontati sulle prospettive del comparto, tra cambiamenti climatici, rallentamento dei consumi internazionali e nuove opportunità commerciali. Tre i temi al centro della giornata, moderata dal giornalista Gianluca Semprini: i mercati globali, l’enoturismo e il rapporto tra vignaioli, enoteche e ristorazione.

Ad aprire i lavori, la presidente nazionale FIVI, Rita Babini, ha richiamato il valore del vignaiolo indipendente come imprenditore agricolo e custode del territorio. «Artigianale non significa amatoriale: significa responsabilità imprenditoriale», ha sottolineato, evidenziando come dietro ogni bottiglia ci siano competenze, investimenti e un ecosistema agricolo da preservare. Un modello produttivo che si distingue dalla standardizzazione industriale attraverso il lavoro quotidiano in vigna, la qualità e l’identità.

I numeri restituiscono il profilo di queste aziende: prevalentemente familiari, coltivano in media quasi 11 ettari di vigneto, per l’85% situati in collina e montagna. L’85% della produzione è costituito da vini a denominazione e il 78% delle aziende utilizza varietà autoctone. Un patrimonio produttivo che contribuisce alla tutela delle aree rurali e della biodiversità.

Vendita diretta ed enoturismo, leve di crescita

L’indagine di Nomisma Wine Monitor per FIVI conferma la centralità del rapporto diretto con il consumatore. Oltre nove aziende associate su dieci vendono in cantina, un canale che genera mediamente il 20% del fatturato aziendale. L’enoturismo rappresenta un’ulteriore opportunità: per le aziende che lo praticano contribuisce in media al 14% dei ricavi, mentre il 56% dei vignaioli segnala una crescita del fatturato legato a questa attività negli ultimi due-tre anni.

Anche il canale Horeca conserva un ruolo decisivo, incidendo mediamente per il 47% del fatturato delle aziende che vi operano. Eppure, in un mercato difficile, i vini dei vignaioli indipendenti mostrano una tenuta significativa: negli ultimi due-tre anni hanno registrato una flessione delle vendite di appena l’1%, a fronte di un saldo negativo superiore a 20 punti percentuali per il mercato complessivo. Il 91% degli operatori intervistati riconosce in questi vini una concreta espressione dei valori dichiarati, mentre l’84% li considera distinti dalle produzioni industriali.

Identità e visione per affrontare il futuro

Lo scenario internazionale resta complesso, tra consumi in calo, tensioni commerciali e dazi statunitensi. Secondo Giorgio DelGrosso, responsabile del Dipartimento Statistica e Trasformazione Digitale dell’OIV, la produzione mondiale di vino per il 2026 è stimata tra 220 e 225 milioni di ettolitri.

In questo contesto, qualità, autenticità e radicamento territoriale diventano fattori competitivi. Come ha ricordato Gabriele Gorelli, primo Master of Wine italiano, i vignaioli indipendenti sono “piccole multinazionali del territorio”: realtà capaci di preservare tradizioni e paesaggi, mantenendo un dialogo con il mondo.

La sfida, ora, è trasformare questo valore in opportunità concrete. FIVI chiede anche una semplificazione burocratica e fiscale, sostenendo l’introduzione del sistema europeo One Stop Shop per facilitare le vendite dirette transfrontaliere. Perché il futuro del vino italiano non dipende soltanto dalla qualità nel calice, ma dalla capacità di mantenere vivo il legame tra chi produce, chi vende, chi racconta e chi sceglie una bottiglia.

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